Matteo Ronto di fronte a un’impresa impossibile: tradurre in latino la Commedia di Dante
Parole chiave:
Matteo Ronto; Dante Alighieri; Divina Commedia; traduzioni latine; UmanesimoAbstract
Il contributo cerca di cogliere il senso della traduzione latina della Commedia dantesca eseguita dal frate olivetano Metteo Ronto tra 1427 e 1431: contrariamente a quella in prosa del frate Giovanni da Serravalle di dieci anni precedente, la traduzione del Ronto non ha una mera funzione di servizio – far comprendere il senso del testo dantesco a coloro che non comprendevano l’italiano – ma mostra delle velleità artistiche. Benché conoscesse bene il precetto oraziano per cui la buona traduzione non presuppone un trasferimento ad litteram dal testo di partenza a quello di arrivo, nel tradurre la Commedia il Ronto si sforza di tradurre nella maniera più letterale possibile, al punto da voler rendere ogni endecasillabo dantesco con un esametro latino. Ne derivano alcuni brani così intricati e contorti che non si comprenderebbero senza l’originale a fianco. Non c’è dunque da sorprendersi che questa operazione tardo-gotica non risultò gradita agli umanisti contemporanei del Ronto, come Niccolò Niccoli ed Enea Silvio Piccolomini.
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